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Le parole di capitano e cittì stridono con quanto visto in campo. Quest'Italia non è più quella degli albori dell'era Prandelli: attacca male e difende peggio.

Le recenti dichiarazioni di Buffon sulla presunta spettacolarità della Nazionale – “Le partite più divertenti, in fondo, le abbiamo fatte noi. Certo, occorrerebbe un po’ più di personalità, ma era dal 1978, dal Mondiale in Argentina che non vedevamo una Italia così divertente” – hanno generato dibattito e sono costate anche diverse critiche al portierone azzurro. Gentile gli ha fatto notare che ci si ricorda di chi vince e non di chi diverte, mentre Collovati lo ha invitato a rivedersi l’Italia dell’82 prima di lasciarsi andare a giudizi affrettati.

In molti, insomma, si sono risentiti, perché al di là dei protagonisti del Mundial, pure quelli del 2006 e finanche quelli del 1990 avrebbero qualcosa da ridire. La Nazionale del 2006 che, ad esempio, vinse la storica semifinale contro la Germania a Dortmund, era forse meno spettacolare? Noi c’eravamo e possiamo assicurare a Buffon che non ci siamo mai divertiti tanto. E sorprende che proprio lui, che c’era, non se lo ricordi…

L'Italia di cui parla Buffon è la
prima versione dell'era Prandelli
Ma al di là dell’aspetto estetico, ovviamente opinabile, è proprio nel merito che la posizione di Buffon è quanto meno discutibile, soprattutto quando aggiunge: “Chiaro che qualcosa stiamo concedendo, però è perché stiamo cercando di proporre calcio. È un’Italia diversa, bisogna entrare nella mentalità che ci prendiamo dei rischi”. Gigi parla al presente ma vive nel passato: questa era un’Italia diversa, nata sotto la spinta di una rivoluzione tecnico-tattica prandelliana che aveva preso forma fin dagli albori, aveva anche attecchito, portando ottimi risultati in avvio e facendo gridare il miracolo perfino gli osservatori più refrattari.

La nuova Italia, infatti, era stata celebrata anche all’estero, dove ci si stropicciava gli occhi davanti ad una squadra che schierava un centrocampo estremamente tecnico, che si affidava alla regia di Pirlo e gli affiancava Montolivo, De Rossi, Marchisio, che cercava sempre di imporre il proprio gioco, che si distingueva per una inusuale propensione offensiva, che accettava il rischio di giocarsela a viso aperto contro chiunque e, spesso, passava anche all’incasso.

Questa - come dicevamo - era l’Italia di Prandelli, quella che aveva seppellito lo stereotipo dell’Italia pizza, mandolino e catenaccio. Ma oggi, quell’Italia, non esiste più. Al suo posto c’è una squadra timorosa, imprecisa, impacciata, disorganizzata. L’Italia di oggi non subisce troppi goal perché attacca tanto, ma perché attacca male e difende peggio. Non c’è stato nulla di divertente nel vedere gli azzurri presi a pallonate dal Giappone, né nell’assistere a quell’insolente di Neymar che li sbeffeggiava. E questo è bene che Gigi e i suoi compagni lo capiscano in fretta, perché altrimenti si rischiano tonfi epici.

A suon di alibi l'Italia rischia un
nuovo flop Mondiale dopo il 2010
Ed è bene che anche Prandelli se ne renda conto: il suo appello della vigilia – “Voglio una squadra che giochi con personalità” – è stato completamente disatteso, checché lui ne dica. E il fatto che “Nel secondo tempo abbiamo reagito e fatto bene, rischiando di pareggiare e finanche di vincere” ci sembra una valutazione quanto meno partigiana, al limite della mistificazione della realtà.

Abbiamo fatto meglio semplicemente perché nel primo tempo non siamo esistiti. Abbiamo reagito, vero, ma più di nervi che di testa. Quella, a sensazione, è rimasta ancora a Kiev, dove la Spagna, l’anno scorso, ha spazzato via tutte le nostre certezze. Ed è proprio da quel momento che, probabilmente, il meccanismo prandelliano si è inceppato. E, forse, anche Prandelli stesso s’è incartato: “Sono soddisfatto, la squadra mi è piaciuta”, ha detto il mister dopo la sconfitta col Brasile. Una dichiarazione che fa scopa con quella di Buffon.

Se non rimarcassimo tutte le scusanti a disposizione, una squadra stanca di gamba e di testa, che si è presentata all’appuntamento con gli uomini chiave cotti o addirittura assenti e si è trovata di fronte avversari messi meglio fisicamente o comunque di elevatissima qualità, non renderemmo un servigio onesto agli azzurri. E infatti lo rimarchiamo. L’importante, però, è che tutto questo non si trasformi in un enorme alibi, altrimenti si rischia di finire come in Sudafrica 2010, quando a divertirsi erano soprattutto i nostri avversari…

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